BUN Biblioteca Universitaria di Napoli

Gabriele Fasano

Lo Tasso NapoletanoMolto scarse risultano le notizie biografiche su Fasano. Nato a Solofra, nell’odierna provincia di Avellino, nel 1645, poco o nulla si conosce della prima parte della sua vita. Sembra infatti che dopo i primi studi seguiti nella scuola locale, abbracciò lo stato clericale, condizione che gli fece avere l’incombenza della cura dell’Abbazia di S. Maria di Vietri e lo fece risiedere nella cittadina metelliana. È certo che svolse invece la redditizia attività di mercante di seta, commercio che gli consentì contatti con diversi ambienti culturali, primo fra tutti quello toscano.

Nei circoli culturali si ritiene sia stato introdotto dal celebre avvocato napoletano Francesco D'Andrea, cui fu legato da una lunga amicizia, consolidata dai frequenti viaggi compiuti assieme. Quasi sicuramente il Fasano lo accompagnò a Firenze nel dicembre 1671-gennaio 1672, soggiorno che gli fruttò inoltre il contatto con i principali intellettuali della corte medicea, Francesco Redi e Lorenzo Magalotti. Fu, verosimilmente, allora che il poeta, leggendo una delle prime redazioni del Bacco in Toscana di Redi, finse di offendersi per l’esclusione dei vini napoletani e lanciò la sfida: "Voglio fa' veni' Bacco a Posileco e le voglio fa' vede' che differenza nc'è tra li vini nuostri e li pisciazzielle de Toscana". Nelle successive redazioni del Ditirambo, pertanto Fasano viene ricordato in un brano lungo ben ventisei versi come il temerario sfidante di Bacco e anche come il "celebre e leggiadro poeta che ha tradotto con galanteria spiritosissima la Gerusalemme del Tasso". Nel 1689, infatti, dopo avervi lavorato alcuni anni, confortato dalla competenza di correttore letterario di Magalotti, il Fasano diede alle stampe Lo Tasso napoletano: zoè la Gierosalemme libberata votata a llengua nosta.

L’ultima parte della sua vita, prima della morte sopraggiunta a Vietri sul Mare, la trascorse a Napoli nel vico Severini, di fronte alla casa di Francesco e Carlo Garofalo, celebri collezionisti di antichità. Era ancora vivo nel 1692, secondo quel che ricorda il canonico Carlo Celano, revisore del Tasso napoletano, e già morto nel 1699, quando Domenico Antonio Parrino pubblicava l'Eneide del citato Stigliola, scrivendo nella prefazione che l'autore ne aveva mostrato alcune ottave al "Fasano di immortale memoria".